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ROMANO FENATI: OGNI UOMO UCCIDE LE COSE CHE AMA

Romano Fenati

Motopatico

Il dio Crono, nella mitologia greca pre-olimpica, divorava i suoi figli per paura che si avverasse una profezia avversa: qualcuno dei tuoi pupilli, prima o poi, ti spodesterà. Per la cronaca: fu Zeus alla fine a prendere il posto dell'ingombrante genitore. La MotoGP, terminati i lustrini di Misano, appare esattamente come Crono: sbrana le proprie creature. La vicenda di Romano Fenati che tira il freno di un altro pilota mettendone a rischio l'incolumità, se non fosse degna di una tragedia shakespeariana, sarebbe davvero grottesca; il gesto in sé è assolutamente da condannare ma la reazione è stata esagerata. Mai si era vista prima una simile caccia all'untore, mascherata da battaglia per la legalità. Il famoso – e ipocrita - rispetto delle regole. Anzi, di una sola regola. Già. Ma quale? Quella degli interessi di bottega di un carrozzone che parla di professionalità per nascondere sotto al tappeto liti da pescivendoli.

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2014 - VR46 Team: V. Rossi e R. Fenati

Sarò chiaro: Romano Fenati non è esattamente il prototipo del mio pilota preferito. È stato il primo prodotto – perlomeno italiano – di quello strano fenomeno che risponde alla voce “Academy”. Il figlio prediletto, il prescelto, l'unto del Signore made in VR46. Il provinciale che avrebbe regnato nell'impero, in qualche maniera un predestinato. Il problema principale di Fenati paradossalmente è stato proprio quello di essere stato il primo. L'apripista, colui che avrebbe dovuto poi spianare la strada agli altri giovani leoni allevati in laboratorio. Risultato: vittorie poche, polemiche molte. Intendiamoci: né più né meno dei suoi compagni della VR46, ma in ogni caso al primo non si perdona mai niente. Così alla fine, dopo lusinghe e attenzioni, arrivano anche gli attriti, le litigate con tanto di pugni sbattuti sul tavolo e negati a beneficio dei media nel 2016, a Brno. Un addio frettoloso alla cumpa di Tavullia fatto di pochi ringraziamenti, bon voyage e tanti saluti al clan

Romano. Di nome e di fatto. Chissà cosa significa portarsi in giro un nome come quello, in una provincia rossa. Forse vuol dire crescere avendocela su col mondo, in un luogo che ha una delle piazze più belle d'Italia, ma che in pochi conoscono. Come dire, la condanna all'irrilevanza, per uno che invece vorrebbe spaccare il mondo. La voglia di sfondare a morsi, prima ancora che aprendo il gas, parte dalla periferia sconosciuta del mondo. Questa animosità viene coperta, giustificata; dalla mamma, dal nonno, dal fan club: perché Fenati sarà pure un buono d'animo, ma a volte appare fuori controllo. Certi fatti, nell'immaginario collettivo, generano un cortocircuito. Tra gli addetti ai lavori c'è chi lo dipinge come una specie di santo dei terremotati di Arquata del Tronto, mentre alcuni al contrario ne maledicono le bizze capricciose da ragazzino viziato.

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Team Marinelli Rivacold Snipers - Moto3, 2017

La verità, probabilmente, si trova nelle pieghe della vita di un giovane uomo che ha sacrificato alle corse ogni altra cosa. Nel 2017, nel team Marinelli Snipers, formazione “famigliare” a trazione pesarese – perché Tavullia, che dista neppure dieci chilometri è diventata ormai una terra nemica e ostile – rinasce come uomo e come pilota; ma se fai questo mestiere c'è poco da fare: o vinci o non conti niente. La scomparsa del patron della formazione che fa correre l'ascolano trasforma tutto in una rotta da si salvi chi può: Bedon, il team manager, le prova tutte, ma senza soldi, senza più il grande elemosiniere, di strada se ne fa poca. Così si arriva all'oggi, alle sue storture, alla sua visione deformata: Fenati è tignoso, incazzato. Il destino cinico e baro gli nega la grande possibilità, quella del riscatto. La realtà, distorta a beneficio di malpancisti vari, porta a malmostare. La verità è che Romano Fenati è stato un illuso, uno che ha creduto al migliore dei mondi possibile; cioè che nel motorsport basti andare forte, per trovare la propria strada di mattoni gialli. L'annuncio del passaggio al Team MV-Agusta Forward Moto2 è stato il grande spot. Utile a tutti, tranne che al pilota.

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Cuzari e Fenati

A Misano, Romano Fenati si è dimostrato un pilota tanto veloce quanto frustrato. Uno che ha incontrato la propria nemesi. Lottava per la quindicesima posizione, in bagarre con quel Manzi che, altra promessa mancata dell'Academy VR46, era stato appoggiato al team Forward di Giovanni Cuzari. Domanda: ma qualcuno davvero pensava che sarebbe stato possibile formare un dream team MV Agusta con Fenati e Manzi nel 2019? Chi ha creduto che il pilota su cui era stata pronunciata la famosa fatwa di Valentino Rossi «con Fenati abbiamo fallito», potesse davvero ritrovarsi in tandem con uno dei sottoprodotti di Uccio and company? ​A Misano abbiamo visto solo quello che ci hanno mostrato le telecamere, impietose testimoni di un solo attimo, rispetto a molti altri giri di provocazioni ignorate. Colpa o volontà, non è dato saperlo. Di certo l'istante in cui il marchigiano dà di matto e afferra la leva del freno della Suter di Stefano Manzi, lasciando intendere tutte le conseguenze che potevano derivarne, è finito in mondovisione. Al contrario non è stato mostrato nessuno, o quasi, dei segni aggressivi lasciati dal rivale sulla tuta e la moto dell'ascolano. In questo modo Fenati, che sarebbe stato ignorato senza troppi rimpianti dalla regìa – troppo impegnata a celebrare Pecco Bagnaia, il pupillo vincente (e unico, per la verità) della VR46 – appare simbolo universale di antisportività. Il gesto di un ventiduenne di Ascoli Piceno scala tutte le classifiche fino a diventare icona; i quotidiani nazionali e internazionali scoprono che il motociclismo si può accostare di volta in volta benissimo al calcio, con la celebre testata di Zidane a Materazzi, alla F1 con la rivalità Senna-Prost, alla boxe, col morso di Tyson a Holyfield; l'elenco è lungo. Ancora: il rancore diventa un trending topic che monta via social, amplificato dagli untori digitali e dai moralisti del commento. Costringe gli opinionisti a giravolte semantiche degne di nota. Fenati da antipatico diventa brutto, sporco, cattivo.

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Manzi su Fenati

Peccato però che il fallo di reazione sia stato causa di una lapidazione pubblica, mentre il fallo vero e proprio, cioè quella condotta di gara assurdamente incomprensibile di Manzi, sia stata alla fine giudicata con un buffetto. I due pesi, le due misure; non decide il cronometro, ma il dio Crono-Dorna che preferisce sacrificare un figlio, per assolvere un figliastro. Manzi fastidio non ne darà mai, mentre uno come Fenati ne ha già procurato fin troppo. Diventa da cineteca anche l'uscita di scena dell'ascolano: una federazione che commina una sentenza sportiva giudicata troppo “leggera”, tralasciando colpevolmente di far notare come la vera condanna sia già stata pronunciata, per giunta da una giuria popolare. Fenati passa quasi per omicida e Manzi la vittima di un villain così crudele che non sfigurerebbe al posto del “Jocker” di Batman. Altro che il soprannome di “cinghiale”. Persino il Codacons, che risulta incapace di spiegarci perché aumenti costantemente la benzina alla pompa, decide per un esposto alla Procura di Rimini. Omicidio preterintenzionale. Addirittura. Inutile tentare una narrazione diversa: la macchina dello sputtanamento ha fatto il vuoto attorno al pilota antipatico e rissoso; l'ipocrisia della MotoGP ha fatto il resto. Come se il motomondiale non avesse visto altri episodi di scorrettezze se non pari, perlomeno simili. Invece no. Persino Gramellini, dalle colonne patinate del Corriere della Sera, si è pronunciato sul “caso Fenati”, chiamando in causa Sabrina, la madre “leonessa” dell'ex campione mancato di Ascoli Piceno.

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Fenati - Manzi

A Romano, un antipatico che non meritava tutto questo accanimento, non è stato risparmiato niente: neppure la legittimità di una difesa. Lo hanno scaricato al volo sia Snipers, il suo attuale team, sia MV Agusta – Forward, che doveva diventare il suo futuro e appare già come il passato più remoto. Tutti d'accordo. Però dimenticano una cosa, i rampognatori della MotoGP: che Bedon, che a botta calda aveva in qualche maniera preso le difese del suo pilota, poi in fondo ha approfittato di una situazione imprevista per liquidare un team che arrancava in debito d'ossigeno (finanziario) e che Cuzari in questo modo si è liberato di una bega non da poco. Non sono illazioni: la velocità con cui sono state diramate notizie del tutto prive di fondamento tecnico, fanno pensare; è stato affermato che «la telemetria ha mostrato come Fenati abbia applicato sulla leva del freno di Manzi una forza di 20 bar». Peccato poi che a leggere i comunicati stampa della Brembo, fornitrice unica di tutte le Case impegnate nella massima serie, veniamo a imparare che lo sforzo applicato dai piloti della MotoGP (quindi non della Moto2, parenti poveri e lontani) sia di 16 bar. Quindi come faceva un pilota nella posizione dell'ascolano a frenare un altro suo collega con la mano sinistra, applicando una forza superiore a quella praticata dai migliori della Top Class con la destra? Risposta: perché questa è mitologia. Oppure narrazione farlocca. Abbiamo provato in tutti i modi a farci rilasciare dichiarazioni dagli interessati. Risultato? Niente. Solo silenzi stizziti e ripiegamenti tattici: “leggetevi i comunicati stampa”.

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Romano Fenati

È in questo clima che Fenati sente il bisogno di smarcarsi dalla pioggia acida del crucifige mediatico, affidando a Facebook un post che sa di resa: «non sono stato abbastanza uomo». Viene in mente il titolo di una vecchia canzone di Jeanne Moreau, “ogni uomo uccide la cosa che ama”. Rieccoci a Crono. Rieccoci al dio-Dorna che divora i suoi figli, sapendo che altri ne prenderanno il posto. A Fenati il teatrino ha concesso un pannicello caldo, simil onore delle armi: due ore di tempo per annunciare che si ritirerà a vita privata prima che la federazione comunichi che gli ritirerà la licenza. Se tu annunci il tuo ritiro, noi non infieriremo. AlL'ex enfant prodige del motociclismo non resta che tornare a lavorare nella ferramenta di famiglia. Dopo la Moto2, il furgone. Come dire: da quasi vincente, a perdente sicuro.  Vae victis. Guai ai vinti. Fenati annuncia via quotidiano “la Repubblica” che smetterà col motomondiale e dopo due ore la federazione gli ritira la patente. Chissà, magari se avesse sfidato il destino, annunciando al mondo che a ventidue anni puoi ancora dire la tua in pista, oppure in un campionato “minore”, o ancora nelle road races avrebbe riabilitato parzialmente la propria immagine di sportivo. Un carattere impulsivo sarebbe potuto diventare una virtù e non un vizio. Non lo sapremo mai: l'unica cosa certa è che Romano Fenati non sarà mai Zeus, cioè colui che sconfisse Crono; resterà solo un altro sconfitto dal sistema.

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