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PARTE I - SONO TUTTI "COACH" TUOI


Motopatico

Si è parlato così tanto, nel corso delle ultime stagioni, del ruolo dei coach in MotoGP, che la questione sembrava essere diventata un elemento imprescindibile nella strategia d'approccio alle gare. Se non avevi un suggeritore ufficiale a bordo pista, non eri nessuno.

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Alex Debón - Jorge Lorenzo

Sia chiaro: ogni sport vive di proprie mode del momento e il motociclismo non fa eccezione. Però la recente vicenda del divorzio della coppia Jorge Lorenzo-Alex Debón fa riflettere. Per molte ragioni: se vogliamo partire dalla fine dell'amore Lorenzo-Debón, potremmo dire che a colpire è che fu proprio il maiorchino il primo – correva l'anno 2010 – a battezzare la figura del rider performance analyst personale. Jorge volle al proprio fianco, o meglio a bordo pista, l'ex-pilota Wilco Zeelenberg.

L'olandese rimane tuttora nel factory team Yamaha come osservatore privilegiato di Maverick Viñales. Valentino Rossi ha scelto di servirsi dell'esperienza di Luca Cadalora. Il mestiere di “allenatore del pilota” è difficile da interpretare, proprio perché non esiste come professione codificata. In pratica: ogni campione ha le proprie esigenze e vuole al proprio fianco l'elemento che ritiene più utile.

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Sete Gibernau-Dani Pedrosa

Un esempio su tutti: Sete Gibernau; ex pilota, vicecampione del mondo MotoGP, schiacciato in pista dall'allora astro nascente Valentino Rossi, aveva scelto di allontanarsi definitivamente dall'ambiente nel 2009. Stop. Basta. Siccome nella moderna MotoGP non te ne vai mai veramente, ecco che, dopo essere uscito dalla porta, è rientrato dalla finestra. Segue da vicino l'amico Dani Pedrosa. Il catalano però è intelligente e rifiuta a priori la definizione di coach, sapendo bene che il rischio concreto di finire licenziato per scarso rendimento è sempre dietro l'angolo. Meglio stare in una comfort zone, che essere grigliati sui carboni ardenti.

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Valentino Rossi- Livio Suppo

In un'intervista a firma di Matteo Aglio, rilasciata a motociclismo.it a gennaio, Sete dichiara: «non so di cosa abbia bisogno un pilota, ognuno ha bisogno di quello che gli serve. Io non sono nessuno per dire se un pilota abbia bisogno di un coach, di uno psicologo o di una ballerina. L'unica cosa che so è di non essere un coach». Un ruolo, però, deve pur avercelo. Sete si definisce “amico del pilota”, ma questo non regge. I giapponesi – e HRC in particolare – sono gelosissimi dei propri segreti industriali. Mica passeggi tra i gioielli tecnologici dell'Ala Dorata, se sei un perfetto sconosciuto. Livio Suppo, tanto per dire, ha ammesso di non poter entrare in galleria del vento assieme al pilota. Si fermava sull'uscio. Non basta essere intimo del campione, per affiancarlo nel box magari ficcanasando. Tecnicamente Sete è un advisor del pilota. Ammesso a corte, purché rimanga nei limiti del proprio lavoro. Ma in cosa consiste, esattamente? Sostiene Gibernau: «io vado in pista per girare in moto, mica per vedere gli altri farlo. Inoltre questa è l'HRC: non devo spiegare come si vince. Posso permettermi di fare delle osservazioni [a Pedrosa] sulla sua guida e anche di bastonarlo se serve . Insieme ci facciamo delle risate, è importante, io lo faccio ridere e ne vengono fuori delle belle. Non gli dico solo come si fanno le cose, ma prima glielo spiego e poi lo faccio insieme a lui, in moto. È proprio questo aspetto il bello, io e lui possiamo girare insieme in pista e vedere immediatamente cosa cambia. Se dai un consiglio seduto su una sedia non hai tanta forza ma, se sali su una moto e fai quello che hai detto, cambia tutto». 

Quindi il catalano “diversamente coach” di Dani Pedrosa, rappresenta una sorta di amico-allenatore-mentore-comico-guru. Quando fai tutto, in realtà non fai niente di preciso; di questo Sete è consapevole, tanto da dichiarare che «[Pedrosa] non ha vinto perché sono arrivato io». È la funzione motivazionale di un consulente personale che resta comunque importante; in ogni caso, non può essere sottovalutata.

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Dovi e Amedeo Maffei

Prendiamo Andrea Dovizioso, per capire di cosa stiamo parlando: il pilota più lucido del paddock, quello che in Ducati definiscono “scientifico”. Pure il vicecampione del mondo della MotoGP a un certo punto si è affidato ai suggerimenti di un mental coach. Non uno qualsiasi, ma uno specialista che lavora su atleti di alto profilo: lo psicologo Amedeo Maffei. Dovizioso, in un'intervista concessa a Maria Guidotti per il mensile francese Sport-Bikes, parla del professore in questi termini: «grazie ad Amedeo Maffei, ho scoperto in me una forza che non sapevo di avere. Ho capito che se affronti le cose in un certo modo queste accadono senza dipendere dagli altri o dal caso». Chiaro, no? Questo professionista lombardo, inventore del “metodo Keope”, racconta: «la felicità non è un fine, è un comportamento. Abbiamo un potere che ci differenzia dagli animali: il potere di sognare. Riuscirai in qualcosa in cui credi profondamente e che ti fa muovere. Le emozioni sono il carburante del tuo motore, ti spingono ad agire per realizzare qualcosa e renderlo concreto. Se limiti i tuoi sogni, limiti le tue abilità per raggiungerli e finisci per smettere di sognare». Che cosa tutto questo ci azzecchi col motorsport resta un'incognita da scoprire, ma se guardiamo ai risultati del pilota in pista, alle sue dichiarazioni enfatiche a proposito di Maffei e del suo metodo, possiamo capire quanto possa aiutare un motivatore. Oppure no? ...

-FINE PRIMA PARTE-

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