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I) LA FORMAZIONE DEL CAMPIONE

CIV - giovani promesse del Moto Mondiale

Motopatico

La morte del giovane Andreas Pérez, avvenuta domenica a Barcellona sul circuito del Montmelò durante gara2 del CEV Moto3, è una tragedia che colpisce tutto il mondo del motociclismo sportivo.

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Andreas Pérez, morto a Montmelo mentre correva

Finito il tempo della commozione e del cordoglio, resta però qualche interrogativo: 44 piloti in griglia nella classe più affollata del “mondialino”. Perché così tanti? Perché la strada privilegiata che conduce alla professione di pilota – ammesso e non sempre concesso che sia una professione – passa in primis dalla Spagna.

Una volta c’era l’europeo, adesso non più. Il CEV rappresenta la rampa di lancio per un’eventuale carriera da professionista. Tutti ci vogliono essere, anche se accedervi non è semplice. Prima ancora che difficile, non è economico. Ne abbiamo parlato col padre di una giovane promessa, per capire come funziona il percorso di avvicinamento al motomondiale. Siamo così venuti a sapere che il talento, da solo, è utile ma non indispensabile. Con le sole capacità si va poco lontano; persino nelle minimoto, la categoria entry-level del motociclismo sportivo, servono tanti soldi: se puoi acquisti il mezzo performante, altrimenti lo noleggi di volta in volta.

Costo complessivo di locazione? Cinquemila euro per una stagione di gareÇa va sans dire che i costi lievitano al crescere di categoria: per la MiniGP 50, che ha un calendario italiano articolato su cinque giornate e sei gare complessive, la famiglia di un pilota deve reperire circa ventimila euro. Le classi pre-Moto3 e Moto3 diventano un affare da mercanti nel tempio; i genitori dei ragazzini che intendono affrontare una stagione nel CIV, parente povero e lontanissimo del CEV, sono oggetto di vere e proprie offerte da parte dei team: vuoi correre? Ci pensiamo noi, basta che paghi. Verso febbraio comincia il richiamo della foresta, il tam-tam di telefonate, proposte, valutazioni. Non proprio operazioni a saldo. Che in sostanza vanno a solleticare la passione, l’ambizione e il portafoglio dei genitori da corsa.

mini_moto3_-_civ.jpg
CIV - Campionato Italiano Minimoto 

Chi ci ha raccontato la propria esperienza ha affermato, tra il serio e il faceto, che «sembra di assistere a una contrattazione commerciale. Il fatto sportivo non è contemplato. Semplicemente non interessa. Ti lusingano facendoti credere che tuo figlio sia bravo, potenzialmente vincente, poi però battono cassa. Nessuno “sconto talento” o cose del genere. Ti fanno un’offerta secca: prendere o lasciare». Quanto? Circa cinquantamila euro per un’intera stagione in pre-Moto3. Consideriamo che nel CIV ci sono venticinque partenti, ma se ci fossero quarantacinque potenziali piloti, come nel CEV, ne accetterebbero altrettanti. 

Non ci formalizziamo certo sui numeri. Perché alla fine è un business, prima di tutto. Un modo per far cassa. Certo va detto che non tutte le squadre si comportano così: esistono realtà che ancora operano per puro divertimento, o per passione autentica; il problema semmai è che si contano sulle dita di una mano e senza una strategia definita o un progetto di medio/lungo termine: esistono finché non viene meno la passione del mecenate di turno. Questi rari esempi di investitori per il bene del motociclismo sportivo costituiscono – va da sé – una sorta di riserva indiana. Fort Apache assediato.

Il progetto “Talenti Azzurri” della FMI è un primo passo, importante, nella direzione giusta. Da solo però non basta. Perché il rischio è che, continuando con l’attuale sistema, le griglie si spopolino per mancanza di ossigeno.

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Andrea Dovizioso

Oppure che, cosa assai più grave, i futuri campioni del nostro motociclismo non siano quelli più bravi col gas in mano, ma coloro che hanno il portafogli più gonfio. Si dirà: «sai che scoperta, da quando il motorsport è motorsport fare il pilota è faccenda costosa, inizialmente soprattutto per le famiglie». Non è proprio così. Si rimane basiti, per esempio, a leggere la biografia ufficiale di Andrea Dovizioso “Asfalto”: «io quando vinco [parla di se stesso bambino, ai tempi delle minimoto ndA] non penso che è un passo verso il motomondiale...mi viene da ridere vedendo ciò che questo ambiente diventerà un giorno: genitori che prima ancora che il figlio abbia l’età e le capacità giuste pensano già a come portarlo nel Motomondiale; genitori che … usano i figli come mezzo per raggiungere obiettivi che a loro sono sfuggiti quando erano giovani». In un altro passaggio del libro, il #04 della Ducati afferma che «mi faccio piacere quello che ho … Il vero valore aggiunto: se fai buoni risultati in queste condizioni, poi quando arrivi ad avere dei mezzi decenti fai dei capolavori. In futuro, vedrò tanti genitori sbagliare completamente prospettiva, cercare di dare tutto ai figli, non predisporli a farsi le ossa».

Dare tutto ai figli significa, in buona sostanza, comprare – o tentare di farlo – la competitività. Intendiamoci, non c’è niente di sbagliato, è solo che in questo modo si estremizza l’ambiente: i teams si vendono il pacchetto moto-tecnici e se uno può pagare, corre. Meglio investire sul puro talento, col rischio che sia una scommessa a tutta perdita, oppure guadagnare su chi magari cerca di colmare una lacuna formativa con un mezzo performante? La risposta è scontata. Nessuno si scandalizzi. Recentemente parlavo con un responsabile di una squadra che gareggia nel campionato nazionale con una formazione “giovane”: «quando un genitore viene da me dicendo: “iniziamo con quindicimila euro, poi vediamo nel corso della stagione”, rispondo direttamente “no, grazie”». Chi ha deciso di raccontarmi la propria esperienza sostiene che anche le più celebrate academies, quindi i progetti strutturati per far crescere i giovanissimi campioncini, adottino le stesse modalità. Paga-corri-spera-prega: di vincere, oppure di non rimetterci troppo.

 

FINE PRIMA PARTE

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