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TROVATA DI EZPELETA: UN CIRCUITO CITTADINO

Carmelo Ezpeleta, Ceo di Dorna

GPizza&F1chi

Premessa doverosa: prima di pensare ad alta voce, faremmo bene tutti a guardare se il cervello è connesso. Altrimenti meglio astenersi per evitare di dire castronerie che, a nostro modestissimo parere, porterebbero il motociclismo così come lo conosciamo oggi, verso un baratro senza fine.

Il preambolo è necessario dopo aver letto quanto comunicato al mondo da Carmelo Ezpeleta, Ceo di Dorna che sta seriamente pensando alla possibilità di disputare un Gran Premio  su un circuito cittadino. Avete letto bene. E non è uno scherzo.

Ezpeleta si spinge anche oltre, affermando che esiste già un progetto in tal senso ed è "solido",  ma così solido che non esclude di inserirlo in calendario nel corso dei prossimi anni, diciamo almeno tre, visto che già quest'anno farà la sua entrata trionfale il Gp di Thailandia a Buriram (dove la Superbike ha già corso) mentre nel 2019 sarà la volta di un Gp in Finlandia.

Ma torniamo al circuito cittadino. Sino ad oggi, un simile argomento era rigorosamente tabù. Parlarne era come dire una bestemmia. Il motivo era chiaro  a tutti perché direttamente connesso ai problemi riguardanti la sicurezza.

Ora, invece, a sdoganare l'idea è direttamente il Grande Capo di Dorna che in una intervista al giornale spagnolo Expansion  ha confermato la fattibilità della cosa: "C'è un progetto reale e solido per un Gp da disputarsi in una città - spiega Don Carmelo -. In teoria un rettilineo della pista sarà urbano mentre il paddock sarà coperto, integrato in un centro espositivo. In questo modo durante la gara verrà utilizzato per il GP, mentre per il resto dell'anno potrà essere riqualificato".

Chiaro come il sole l'intento del boss delle due ruote di coinvolgere sempre più Paesi nel progetto MotoGp che, a suo dire, interesserebbe la bellezza di 8 Nazioni desiderose di entrare a far parte del calendario.

La notizia si presta a numerosi commenti che già stanno facendo il giro del mondo. Innanzi tutto ci si chiede come sia potuta nascere un'idea del genere: correre con quattro ruote in mezzo ai grattacieli, nei posteggi dei grandi alberghi o a due passi dal mare per la gioia dei proprietari dei maxi yacht è già una bella impresa. Ma almeno i piloti sono seduti in auto dentro cellule di sopravvivenza ( i tempi del povero Bandini, deceduto a Montecarlo nel '67 sono solo un ricordo) e, al limite a distruggersi sono soltanto le auto.

         

Ma nelle moto no. Se cadi in pista ti puoi fare male, molto male, rischiare la vita come è capitato al povero Luis Salom nel 2016 a Barcellona o al povero Simoncelli prima di lui a Sepang nel 2011. Ma la grande chance che hai sono le enormi vie di fuga, le scivolate nella ghiaia che attutiscono la velocità, la possibilità di cavartela nella maggior parte dei casi con qualche escoriazione e una tuta da cambiare prima di tornare in pista.

Se corri sui circuiti cittadini non sei sicuro di nulla. Prima di tutto perché non bastano le balle di paglia a lato della strada per evitare un marciapiede, perché poi magari ti ritrovi una gobba della strada o un tombino che fuoriesce dalla sede stradale, e anche un palo della luce che non riesci a scansare o il cagnolino della signora che vive nella casa accanto alla pista che ti esce di casa e invade la sede stradale.

Sì, lo avete capito, sto pensando al Tourist Trophy, la corsa più pericolosa del mondo che sino ad oggi ha visto morire sull'isola di Man 255 persone, tra piloti, spettatori e organizzatori. Andate su YouTube a vedervi decine e decine di video su come si guida (e si muore) in quella competizione. Scene da far accapponare la pelle.

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Daniel Hegarty, morto a Macao

E se non vi basta, allora fate un salto a Macao e andate a vedere come si guida sul circuito del monte Guia. Qui nel novembre ha perso la vita il pilota inglese Daniel Hegarty, vittima di un highside terrificante che lo ha proiettato contro le barriere in ferro che delimitano il circuito famoso per le sue inesistenti vie di fuga. Anche qui su YouTube ci sono immagini non adatte ai deboli di cuore.

Quello che più sorprende è la assoluta difformità di vedute tra l'organizzatore del mondiale e, ad esempio, la Federazione Italiana che ha deciso di negare ai piloti italiani il nullaosta per prendere parte alle corse su strada all'estero. Chi vorrà comunque partecipare alle road races lo potrà fare ma procurandosi autonomamente il titolo di partecipazione presso l’organizzatore locale, consapevole che in nessun caso la FMI potrà essere ritenuta responsabile delle conseguenze della loro partecipazione alle gare in questione.

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La moto di Hegarty dopo l'impatto

Ezpeleta parla di una "città calda" pronta a ospitare un Gp cittadino e molti pensano che si riferisca a un Paese degli Emirati Arabi o al Messico, che hanno manifestato interesse per la cosa.

A questo punto l'unica speranza è che Don Carmelo ci ripensi e che l'idea del circuito cittadino torni in un cassetto per non uscirne mai più. Chissà perché, ma non siamo troppo ottimisti sul risultato finale.

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